Che cos’era una foto tanti anni fa

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Non tanti anni fa tenere in mano una fotografia regalava un’emozione che so ricordare appena. Chiudo gli occhi e mi concentro; avverto la carta sotto le dita, lucida, vietato metterci le dita sopra, un alone e la magia sarebbe stata rovinata. Il retro risulta al tatto come un tessuto, un velluto, è piacevole passarci sopra le unghie, grattarlo dà una sensazione di piccolo piacere, banale ma essenziale.

Nella fotografia appariva un altro noi stesso, uno che a volte non facilmente ci compariva di fronte; insomma, uno paffuto, con una smorfia stupida, talvolta con gli occhi chiusi. Loro, invece, le persone che amavamo, venivano sempre belle, sia che avessero i capelli davanti agli occhi, sia che le foto fossero sfocate.

Un rullino costava qualche euro, stamparle sui dieci euro, oggi quindici, sembra quasi un lusso che non ci si può permettere più. Io invece, voglio permettermelo ancora, voglio permettermi quello che i più oggi ritengono un di meno. Così ho appena scovato a Trieste un fotografo di quelli all’antica che vende obiettivi per la mia analogica a pochissimi soldi. A Roma parlai a lungo con un fotografo a Piazza Malatesta. Mi diceva di tenermela stretta questa fotocamera, che me la sogno oggi una macchina che una batteria piccolissima manda avanti per anni. E poi, come vede, non si rompono mai. Io non ci credo molto al fatto che non si romperà mai, ma sicuramente resterà di più.

Ho le fotografie di un tempo e le ho tutte davanti agli occhi. Ogni scatto era un ringraziamento alla vita, un esprimere al mondo che quell’attimo, proprio quell’attimo là meritava di essere immortalato su quel rullino per cui, alla fine dei conti, avremmo tirato fuori di tasca nostra, tra una cosa e l’altra, venti euro.

L’attesa, quella poi, non aveva prezzo, oggi, se potessi, pagherei un fotografo per restituirmi le foto una settimana dopo, solo per il gusto di attendere e aspettare. L’attesa era condita di insicurezze e dubbi, non tutti gli scatti andavano a buon fine, una volta dovetti addirittura rinunciare a un rullino intero con le foto di una giornata importante. Questo attendere faceva aumentare il desiderio, si sarebbero volute avere subito e tutte, pronte per farsi scegliere. Per fare cosa? Io, le mie foto stampate, amavo regalarle e tuttora faccio così. Un piccolo dono, mai pretenzioso, di una posa sbadata in uno dei tanti momenti dello scorrere della vita, come tante pose intrappolate nella memoria piena dei nostri smartphone o nelle cartelle dimenticate negli archivi dei nostri computer.

Le fotografie di tanti anni fa avevano anche un odore, l’odore della carta nuova appena trattata con i prodotti chimici. Potevano essere attaccate al muro subito, dopo un veloce sguardo, da un rullino ne emergeva sempre una al di sopra delle altre che diventava immediatamente la preferita, la foto che valeva le altre 11 o 23 o 31.

Ora non so come mi sia tornata in mente questa cosa, quasi un risveglio in autunno, mentre la pioggia cade, mentre tutti (io compresa) dimentichiamo e non abbiamo più memoria, non si ricordano più le cose mentre, al contrario, le cose si ricordano benissimo di noi.

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Da dove nasce la sua passione per i robot?

Domanda posta a Tomotaka Takahashi sul numero 57/ Novembre 2013 di Wired. Risposta mia, per chi sa il gioco.

La mia passione per i robot è iniziata con i mecha che la mia generazione intercettava continuamente in televisione. Riuscivano a trasportarci in un mondo altro, dove grazie all’ausilio di ferro e circuiti elettronici anche un bambino poteva prospettarsi di salvare il mondo da chi lo minacciava. Un mondo in cui la giustizia esisteva davvero e veniva risolta con un pugno roteante in mezzo al petto del cattivo di turno.

Poi venne per me l’epoca dei robot intellettuali, quelli pensanti, spesso e volentieri metà uomini e metà macchine. Ricordo vivamente le crisi di Robocop per esempio, ma per per parlare sinceramente la mia passione per i robot nasce dalla lettura dei libri di Isaac Asimov, in particolar modo quelli riguardanti la Fondazione, con la figura di Dors Venabili, questa donna robot che promette di amare per tutta la vita ed oltre lo psicostorico Hari Seldon, oltre la sua morte di umano e invece… poi ci sono le tre leggi della robotica, un codice d’onore con cui Asimov fa la storia, quelle tre leggi irrimediabilmente legate alla sopravvivenza e alla convivenza tra uomini e robot e che mette i robot a servizio degli uomini a patto che questi non ordinino loro di far male ad altri uomini e sono obbligati a proteggere loro stessi pur rispettando le prime due leggi.

Oggi quello che mi affascina è le riflessione su quanto i robot potrebbero facilitare la vita di tanti esseri umani con disabilità di ogni tipo, come lo hanno fatto i computer. I robot andrebbero curati, amati, in quanto invenzioni preziose per l’umanità, utilizzabili in ogni campo.

Così mi ha molto commosso questo video, mi ha fatto pensare a quanta strada abbiamo ancora da fare sia come umanità, ma anche come educatori, nelle scuole, ad esempio, incoraggiare i nostri ragazzi alla ricerca, allo studio, far amare loro l’algebra e la meccanica, l’immaginazione.  Animare in loro (in noi tutti) la passione per i robot, che combattono sì, ma contro i limiti della disabilità.

Installare WordPress su Wampserver

Sono un’autodidatta della tecnologia, quindi mi piace navigare e scovare cose semplici, di facile comprensione e condividerle con chi è del mestiere. Ora ho voglia di giocare un po’ sia con Joomla che con WordPress, ma ora, come potete ben vedere, il mio cuore va tutto a WordPress questa generosa piattaforma che offre strumenti pochi anni fa nemmeno immaginabili per un normale blog, anche se, a ragion del vero, Blogger sta un pochino recuperando (un pochino, non mi allargo per motivi che tratterò in un prossimo post). Così, oltre ad annunciarvi un elogio a WordPress, vi consiglio questa guida trovata su YouTube, per imparare in sei minuti a caricare WordPress su un server WAMP e iniziare a giocare. Non ve lo spiego io, perché questo video molto nerd style, è un piccolo capolavoro del saper spiegare in modo semplice, cose che altri spiegano in modo difficile, e io, personalmente, odio le cose difficili! Ecco a voi il video, buon apprendimento:

Chesil Beach di Ian McEwan

Irene Bignardi in un articolo su Repubblica, a romanzo appena uscito, lo soprannominò Cronaca di un disastro amoroso. Io non lo so se lo descriverei così questo libriccino. Ho pensato che sì, un pò tutti abbiamo una Florence da dimenticare, perchè forse non siamo stati troppo pazienti, perchè nel nostro immaginario non abbiamo mai amato di più. Il passato incompiuto ha sempre un fascino malsano, nei ricordi tutto sembra più bello e le neuroscienze ce lo confermano, il tempo davvero aggiusta tutte le cose e la nostra mente, per difenderci, oblia i cattivi ricordi.

Io parteggio per Edward, questo ragazzone rissoso, che si innamora di una musicista delicata, che per lei inizia ad ascoltare musica classica, che per lei si vergogna di aver fatto a pugni, un giorno, in un bar.

Trascriverei lunghi pezzi di questo libro, che è un libro doloroso, in qualche modo o, almeno, io lo sento tale. Perchè parla di incomprensioni, di silenzi che non convergono in dialoghi, di risposte sbagliate date per rabbia, di ragionamenti rimandati a quarant’anni dopo, di nostalgie fatte di rimorsi e rancori.

Consiglio questo libro un pò a tutti, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, mi piacerebbe parlarne ancora.

Storie, testimonianze, dati, per riflettere e progettare il futuro

Lunedì 28 marzo alle ore 18, presso il Teatro Furio Camillo di Roma, l’Ass. Cult. Spazi dell’anima presenta al pubblico i risultati del progetto POLVERE DI SOGNI, realizzato con la finalità d’indagare, attraverso la raccolta di storie di vita e di dati qualiquantitativi, le ombre e soprattutto le luci del dialogo interculturale nel territorio cittadino con focus specifico su quello del IX Municipio di Roma.

L’incontro ospiterà le istituzioni e personalità vicine alle tematiche della migrazione, che racconteranno la loro esperienza sul campo e si metteranno a disposizione per rispondere alle domande del pubblico.

La compagnia teatrale del teatro leggerà poi stralci dalle interviste raccolte e verrà offerto, alla fine, un aperitivo a tutti coloro che avranno partecipato all’evento.

Il progetto è stato possibile grazie al contributo del Consiglio Regionale del Lazio, alla collaborazione della Presidenza e dell’Assessorato alle politiche sociali del IX Municipio e di altre associazioni e istituzioni operanti nel quartiere Appio Latino.

Lunedì 28 marzo 2011

Ore 18

Storie, testimonianze, dati per riflettere e progettare il futuro

Teatro Furio Camillo

Via Camilla 44

www.progettopolveredisogni.blogspot.com